2021-2011-2001 GENOVA G8 DONNE


Un altro mondo è possibile e ricomincia ogni giorno dalle nostre vite. Non è importante una voce ma migliaia di voci e un ascolto diffuso, la tenacia di un passaparola che può sorprendere, che non può essere fermato.
Un clic può sfuggire al nostro controllo e infilarci nel mercato social-influencer ma, lo stesso clic, può farci scegliere la voce da ascoltare, il libro da leggere, la testimonianza da capire, l’insegnamento di cui abbiamo bisogno, la traccia quasi invisibile da seguire, la marginalità rilevante, il pertugio da cui passare, il cuneo che farà traballare ciò che sembrava incrollabile.
Le gabbie hanno chiavi che possono aprirle, i pensieri possono essere ripensati, i convincimenti cambiati, le ferite ricucite, il dolore ascoltato, il danno riparato.
Chi vince raramente muta convinzioni e ci sono danni irreparabili, ferite mortali, dolori che annientano.
In questi vent’anni abbiamo assistito impotenti alle morti in mare di donne e uomini, bambini e bambine, all’ingresso di minori con i piedi piagati che entrano dal confine orientale e si perdono nel colabrodo europeo. Donne e uomini che hanno incontrato la morte per lavoro o per aver buttato la vita sull’iniqua bilancia della speranza non ritornano a vivere.
Le vittime in mare sono immagini che scorrono nel sottofondo delle coscienze, come lo sfruttamento del lavoro. Non ne sono colpevole ma certamente responsabile come cittadina di questo paese.
Si è ricostituita una feroce scala sociale e la salvezza, qui dove vivo, è stare aggrappati al proprio gradino perché facilmente si può scendere e guardare la moltitudine che vive negli inferi dà la vertigine.
Le piccole storie rivelano, così come un minuscolo frattale riproduce il tutto.
Perché ricordare e che cosa ricordare? Per chi ricordare? Giovani nate e nati vent’anni fa cominciano a fare la loro parte per il futuro: da che parte stanno?
Non vedrò la loro vecchiaia, quanto renderanno muta la mia? Guardo la vita con lucida compassione.
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Il riscatto di Europa

Una donna stuprata e ferita non resta fissata nell’esistenza di vittima, può riscattare la sua vita presa in ostaggio dalla violenza e riparare le fratture, ricucire gli strappi, curare le ferite.
Può perfino crescere figlie e figli nati dalla violenza e farne donne e uomini che rinnegano e mutano la cultura del padre, le leggi scritte e non scritte del Patriarcato.
Una donna può uscire dalla violenza, rialzare la testa, lenire il dolore, la mortificazione, può chiedere e accettare aiuto, può sottrarsi allo stupratore, al maschio violento che vorrebbe fissarla allo squarcio del possesso e cominciare a scrivere un’altra storia.
Un percorso individuale che può essere solo collettivo, può cominciare dentro una minuscola collettività di donne e ampliarsi fino a includere l’immaginario collettivo, la consapevolezza di donne e uomini, reti parentali e amicali, comunità dialoganti più che identitarie.
Le donne e gli uomini abitanti l’Europa posso oltrepassare la fissità del mito di una giovane donna oltraggiata da un dio maschio: le donne non sono più solo giovani prede a cui imporre il processo riproduttivo della specie (e quindi della cultura vigente), gli uomini non sono dei e possono uscire dall’immaginario eroico e violento che li inchioda al corpo a corpo con la morte attraverso la guerra costante all’alterità e quindi anche a sé perché ogni essere della specie umana è insieme un io e molte alterità.
Una donna, Ursula Hirschmann, sposata a Eugenio Colorni, ha portato il Manifesto di Ventotene all’antifascismo ancora clandestino, come ha ricordato Altiero Spinelli.
Quella donna, il suo entusiasmo e coraggio, le sue convinzioni politiche, i suoi passi in un mondo che dalla clandestinità ha conquistato la libertà sono già la rappresentazione concreta del riscatto di Europa.
Il mito si è fatto storia che cammina con i nostri passi, di generazione in generazione, un nome diventato comune fatto di molti progetti di donne e uomini che sanno unire buona volontà e pensiero critico. Non è facile né scontato, si tratta di scegliere ogni giorno.
Una politica comune ispirata ai principi del Manifesto di Ventotene, aggiornata con il pensiero femminista, l’unica grande cultura politica che non ha mai avuto la guerra tra i suoi principi e non si fonda su dichiarazioni astratte ma, concretamente, sulla gestione nonviolenta dei conflitti, è la strada sui cui ci stiamo muovendo, tra mille difficoltà, incertezze, boicottaggi.
Siamo in molte e molti a sapere che non c’è altra strada se vogliamo pensare al futuro.
Persone e popolazioni vogliono una vita degna di essere vissuta.
 
Pensando all’Afghanistan, alle donne e uomini in fuga che cercano asilo in Europa e sono già parte del nostro futuro con le loro scelte, con le nostre scelte.
 

21 luglio 2021: benemerenza

Ci sono momenti in cui l’imprevisto accade, anche nella sequenza più prevedibile, in una regia stabilita, dentro significati già definiti.
Non ho mai pensato di poter ricevere un riconoscimento istituzionale e quando mi è stato comunicato ho provato più sorpresa che piacere.
Un velo di diffidenza e imbarazzo perfino per la gioia sincera delle amiche e compagne di strada.
Essere un’attivista femminista è stata per tutta la vita la condizione che ha messo il segno negativo accanto a qualsiasi esperienza o risultato, una perenne sottrazione di valore, di credibilità, di agio, una perenne necessità di spiegazione, giustificazione, impegno, revisione, autocoscienza.
Una perenne cancellazione.
Una perenne invisibilità.
Una sequenza di piccoli grandi disconoscimenti da elaborare, affrontare, superare.
Il costante pensiero di sbagliare, di essere sbagliata, di essere nata per sbaglio.
Sono grata al movimento Nonunadimeno per avermi proposta, alle tante donne e associazioni per aver appoggiato la candidatura, a Romina Russo per aver fatto la differenza.
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La contrattazione di genere: una visione per il possibile

Piattaforma per una contrattazione di genere: questo è il titolo che abbiamo dato a un testo elaborato nel 2017 da un gruppo nazionale dell’UDI al termine di un percorso, durato tre anni, che ha visto il momento culminante nel seminario “Lasciateci lavorare”, di cui sono disponibili gli atti.
A tre anni di distanza ci troviamo collocate nella discontinuità introdotta dal Covid19 e quindi in un tempo che richiede almeno la revisione e aggiornamento dei criteri con i quali ci siamo mosse nella politica.
Nella storia dell’Udi considero questo testo il punto d’arrivo di una lunga storia di contrattazioni efficaci che hanno contribuito a conquistare una democrazia paritaria, come si usa dire, vincendo la lunga lotta per l’emancipazione, parola che la mia generazione, le femministe degli anni ’70, ha compreso pienamente solo nell’età adulta, quando abbiamo imparato a conoscere e vedere le lotte delle donne e la loro lungimiranza dentro il contesto di epoche e leggi che, proprio grazie a loro, ci sono state risparmiate.
Il testo (allegato in fondo) è già di per sé il frutto di una contrattazione collettiva sul significato dei termini come sulle richieste e se da un lato rappresenta una significativa elaborazione dell’associazione dall’altro non ha trovato realizzazione per la mancanza di condizioni concrete che consentano davvero la contrattazione, che non può mai essere solo un atto unilaterale, una dichiarazione di piazza, un piano attuabile direttamente, ma ha bisogno di pratiche agite da soggetti dentro luoghi, istituzionali e sociali, e perfino privati.
Questo testo non ha trovato una sua utilizzazione concreta ed è stato di fatto accantonato, spero temporaneamente, anche dall’Udi, perciò mi assumo la responsabilità di rendere visibili alcuni pensieri sparsi che mi hanno accompagnata nel lavoro e che non ho avuto modo di condividere.
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Sono fortunata

Sono fortunata
non mi sono messa per mare
con i figli bambini
non sono annegata
non sono diventata numero tra tanti
non sono corpo ucciso in mezzo a macerie e morti
non sono ferma dietro un filo spinato
in un campo di speranti
non ho abbandonato mia madre
e mio padre è morto nel suo letto
nella mia casa
che non è crollata
per una bomba o il terremoto
o una ruspa assassina
arrivata all’alba
com’è accaduto in Palestina
Non mi ha investita uno tsunami
e non ero sul posto di una radiazione
non sono stata stuprata
non sono stata incenerita
Le persone amate
se ne sono andate per malattia o vecchiaia
qualcuna troppo presto ha lasciato una ferita profonda
ora rimarginata
sono scampata alla malattia più alla moda
e all’ultima arrivata
il dolore non è sfregio immondo
ma un mattone insieme a tanti
della vita
Non sono affamata
e la notte affondo placida nel sonno
lasciando il mio corpo abbandonato
alla cura di una stanza conosciuta
sono fortunata e non so come dividere
la mia ventura
con chi è sventurata
con chi vive maledicendo l’essere nato
non so come condividere
almeno quel poco che basti
ad aprire una strada
sostenere un tratto di cammino
placare per un momento la mia coscienza
colmare il debito che mi apre gli occhi
al mattino
togliere ai passi che mi restano
i lacci e le catene di una complicità non richiesta
lasciare una diversa eredità
pulita anche dall’impotenza che mi resta

2001-20021: Genova dopo vent’anni

Da vent’anni il mese di luglio mi riporta la memoria di Genova. Un appuntamento con me stessa prima di tutto, la scrittura nell’intimità di parole non esposte.

Ripropongo intanto la trascrizione dal mio diario del 2001:

Domenica 22 luglio

Il giorno dopo. Una stanchezza cupa che intride le ossa e i pensieri, al telefono i concitati resoconti di chi era da un’altra parte e ha vissuto lo stesso panico, i compunti e ipocriti commenti televisivi, un residuo di bruciore agli occhi e difficoltà di respiro, traccia e sogno di una giornata frammentata in attimi lunghissimi ed ore brevi, avvertiamo l’inesorabile sfasatura dell’alfabeto con cui si misurano le parole come se il respiro non riconoscesse il passo consueto.
Partenza presto, la sveglia puntata alle cinque viene preceduta dal rumore in cucina: Giordano sistema i panini nello zaino impaziente di incontrare gli amici come se si trattasse di un appuntamento solenne e collettivo con la storia.
Sorrido con indulgenza mentre mi vesto senza fretta, respingo i pensieri che girano intorno alla tragedia del giorno prima, mi preparo per la manifestazione come per una gita estiva, saremo in tanti, penso, e non può succedere nulla, sarebbe un’enormità. Riempio il tempo laccando le unghie dei piedi e metto le ciabatte estive invece delle scarpe che avevo preparato, rinuncio anche alla camicia per una canottiera che il sole mi lascerà incisa addosso come il segno bruciante della giornata. Leggi tutto “2001-20021: Genova dopo vent’anni”

Pasqua 2021

Andare oltre: questo è il significato originario della Pasqua.
Un passaggio annuale che ci piace tradurre in rinascita, evocando le antiche feste del raccolto e la gratitudine per la terra che rifiorisce.
Nella religione cristiana annuncia la resurrezione, la possibilità di vincere la morte.
Qualunque sia la nostra fede, una o molte, solenne e fissata nel rito o più modestamente espressa solo nella fiducia, ricordare che possiamo andare oltre segnala il cammino umano, nel mistero della storia individuale come in quella collettiva.
L’anno scorso eravamo in un clima di morte diffusa e imprevista, l’improvvisa paura ci spingeva a dichiarare immediata speranza, come se fosse una sostanza prodotta dalla mente così come il corpo produce adrenalina di fronte allo spavento.
Quest’anno sappiamo che andare oltre non significa solo scivolare lungo il canale del nostro tempo cercando di evitare inciampi, ma scegliere direzioni, parole, compagne e compagni di strada. Significa avere pazienza e saper cogliere l’attimo, vivere il tempo dell’attesa e accogliere la sorpresa che trasforma la visione.
Andare oltre è possibile se sappiamo dove ci troviamo. Perciò, ovunque voi siate, vi auguro buoni pensieri.

Stereotipi di genere e cultura: una lunga durata

Quando, intorno alla metà del X secolo, Adalberone di Laon[1]fissa l’immagine di un ordine sociale diviso tra coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano, semplificando la complessità del nascente mondo feudale nella teoria statica che mette ognuno al posto decretato da Dio, è evidente che le donne non ci sono.
Le donne sono le invisibili, in ognuno dei tre ordini, perché a loro è affidato il compito di riproduttrici, più vicine al mondo animale che a quello umano, di cui rappresentano l’imperfezione, per una convinzione che arriva dalla cultura greca, attraversa la storia romana e sopravvivrà intatta fino al Settecento.[2]
Adalberone registra e fissa un’assenza, traghettando nella nascente società europea, che si sta formando intorno a nuove e diverse centralità politiche, una diversa cultura religiosa, nuove lingue locali, un’idea dell’esistenza femminile come accessoria che arriva fino a noi.
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Primavera

Primavera si affaccia alla finestra
con le sue gemme nuove
che vibrano nel sole del mattino
lievi
come il corpo di un bambino
nel sogno neonato
a noi e lui per sempre sconosciuto
il sogno della vita che rinasce
e ci tocca nel profondo
dove il mistero della nostra nascita
è breve filo
intrecciato con il mondo
Primavera è qui
latitudine precisa
e sorpresa
che rinnova memoria nella parola appresa
infinitesima piccolezza
che non raggiunge mai il nulla
contrappasso all’infinito pluriverso
di cui cerchiamo la culla
anche noi
dispersi dai millenni
con le foglie neonate
sappiamo vibrare nella brezza