Sono fortunata

Sono fortunata
non mi sono messa per mare
con i figli bambini
non sono annegata
non sono diventata numero tra tanti
non sono corpo ucciso in mezzo a macerie e morti
non sono ferma dietro un filo spinato
in un campo di speranti
non ho abbandonato mia madre
e mio padre è morto nel suo letto
nella mia casa
che non è crollata
per una bomba o il terremoto
o una ruspa assassina
arrivata all’alba
com’è accaduto in Palestina
Non mi ha investita uno tsunami
e non ero sul posto di una radiazione
non sono stata stuprata
non sono stata incenerita
Le persone amate
se ne sono andate per malattia o vecchiaia
qualcuna troppo presto ha lasciato una ferita profonda
ora rimarginata
sono scampata alla malattia più alla moda
e all’ultima arrivata
il dolore non è sfregio immondo
ma un mattone insieme a tanti
della vita
Non sono affamata
e la notte affondo placida nel sonno
lasciando il mio corpo abbandonato
alla cura di una stanza conosciuta
sono fortunata e non so come dividere
la mia ventura
con chi è sventurata
con chi vive maledicendo l’essere nato
non so come condividere
almeno quel poco che basti
ad aprire una strada
sostenere un tratto di cammino
placare per un momento la mia coscienza
colmare il debito che mi apre gli occhi
al mattino
togliere ai passi che mi restano
i lacci e le catene di una complicità non richiesta
lasciare una diversa eredità
pulita anche dall’impotenza che mi resta

Primavera

Primavera si affaccia alla finestra
con le sue gemme nuove
che vibrano nel sole del mattino
lievi
come il corpo di un bambino
nel sogno neonato
a noi e lui per sempre sconosciuto
il sogno della vita che rinasce
e ci tocca nel profondo
dove il mistero della nostra nascita
è breve filo
intrecciato con il mondo
Primavera è qui
latitudine precisa
e sorpresa
che rinnova memoria nella parola appresa
infinitesima piccolezza
che non raggiunge mai il nulla
contrappasso all’infinito pluriverso
di cui cerchiamo la culla
anche noi
dispersi dai millenni
con le foglie neonate
sappiamo vibrare nella brezza

21 marzo 2021 Doni

L’ibisco offerto
dalle tue mani di bambina
fiammeggia ogni mattina
nuovo, tra il verde cupo delle foglie
orlate da un ricamo puntuto e lieve
come le tue dita
e la tua scrittura compita
Fiorisce così ogni giorno il tuo respiro
mentre cresci
e a lungo sono stata accanto a te tremante
ad ogni smarrimento
per quel rischio che corri della vita
ti vorrei a lungo eterna
dopo la mia dipartita

Noi, partorite dal nostro passato

Siamo cresciute nella miseria dei pensieri
eppure sappiamo generare la ricchezza delle parole
hanno imbrigliato i nostri corpi
e deformato ogni specchio
eppure abbiamo imparato a riconoscerci
ci hanno separate con le pareti della diffidenza
e noi abbiamo teso mani generose
ci hanno indirizzate alla meschinità dello sguardo
e noi coltiviamo pensieri soccorrevoli
ci hanno invitate nei circoli esclusivi
dell’arroganza definita forza
e noi abbiamo trovato la forza di ridere
e ridere di loro
ci hanno aperto le porte di servizio
per diventare caricature di noi stesse
e noi siamo fuggite a coltivare giardini
ci hanno piegate alla modestia
e noi abbiamo usato la pazienza per aprire ogni piega
ci hanno negato la storia delle madri
ci hanno separate dalle figlie
ci hanno addestrate alla diffidenza
e noi abbiamo superato ostacoli, distrutto muri, varcato abissi
abbiamo strappato gli involucri accattivanti della menzogna
hanno occupato i nostri spazi, pensieri, cuori
noi abbiamo affrontato le bufere tenendoci per mano
libereremo la terra camminando insieme
ci hanno confinate nell’oscurità
ma noi non temiamo il buio
conosciamo la strada per venire alla luce

Giornate

Faccio ogni giorno un piccolo lavoro
vivo con decoro
il limite diventa azione
sfaccendare di mani
e di pensieri
mentre esploro il recinto sfuggente
delle ragioni incerte
sorprendenti metamorfosi di parole
nel callo che non duole
di domande inevase
cimase poetiche
nelle finiture di abiti dismessi
e imbastiture smemorate
Pelle e cuore si fanno resistenti
camminano indenni sulle ore
avvolgendo i cedimenti interiori
scantonano gli amori renitenti
e ciò che resta basta
al vivere dimesso dei miei tempi

Quaderno per idee matte e strampalate

Vorrei un’idea strampalata
appesa al lampadario
come un’acchiappasogni
un’ombra leggera
una fata
che danza nelle ore
una giovane ragna che tesse
un’idea da tagliare e cucire
per l’intera giornata
un’idea che lasci tra le mani un librino
soffice come un cuscino
su cui chiudere gli occhi la notte
un’idea di quelle matte matte
da spedire intorno
perché facciano saltelli di gioia
i cuori appesantiti
un’idea che ripulisca i pensieri
dalla rabbia
un’idea dolce come una crostata
appena uscita dal forno

Paesaggio 2011

Il velo di nebbia è l’organza
distesa sui prati
e una seta leggera slavata
sul fondo del cielo
la chioma degli alberi spogli
disegno dell’ago sul tulle
trapunto sul tronco scurito
da un filo infittito
il verde posato sui sassi
è lanugine,  un golf consumato
dai buchi si affaccia il colore
velluto di giacche maschili
e robusto fustagno
il verde è la cura di mani gentili
calore di lana pensosa
passata per lucidi aghi fruscianti
una casa è un fermaglio
una spilla da balia e un bottone
saltella la mente
distratta da un vecchio portone
un brivido della memoria
è tutto il paesaggio che scorre
nel grigio del tempo e del treno
che corre

Se dico casa … 2013

Se dico casa
dico cose
fioriture screziate di rose gialle
e pigri maggiolini
bave lucenti di lumaca
nel sottobosco minuscolo
di un solo biancospino
il cucù
che sparisce nella sua porticina
la bambina che esce sul poggiolo col sole
e d’inverno torna nella sua casina
 
Se dico casa
dico bucati
profumo di sapone nei mastelli
e braccia femminili a torcere lenzuola
immagino serve e serve nei castelli

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