21 luglio 2021: benemerenza

Ci sono momenti in cui l’imprevisto accade, anche nella sequenza più prevedibile, in una regia stabilita, dentro significati già definiti.
Non ho mai pensato di poter ricevere un riconoscimento istituzionale e quando mi è stato comunicato ho provato più sorpresa che piacere.
Un velo di diffidenza e imbarazzo perfino per la gioia sincera delle amiche e compagne di strada.
Essere un’attivista femminista è stata per tutta la vita la condizione che ha messo il segno negativo accanto a qualsiasi esperienza o risultato, una perenne sottrazione di valore, di credibilità, di agio, una perenne necessità di spiegazione, giustificazione, impegno, revisione, autocoscienza.
Una perenne cancellazione.
Una perenne invisibilità.
Una sequenza di piccoli grandi disconoscimenti da elaborare, affrontare, superare.
Il costante pensiero di sbagliare, di essere sbagliata, di essere nata per sbaglio.
Sono grata al movimento Nonunadimeno per avermi proposta, alle tante donne e associazioni per aver appoggiato la candidatura, a Romina Russo per aver fatto la differenza.
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2001-20021: Genova dopo vent’anni

Da vent’anni il mese di luglio mi riporta la memoria di Genova. Un appuntamento con me stessa prima di tutto, la scrittura nell’intimità di parole non esposte.

Ripropongo intanto la trascrizione dal mio diario del 2001:

Domenica 22 luglio

Il giorno dopo. Una stanchezza cupa che intride le ossa e i pensieri, al telefono i concitati resoconti di chi era da un’altra parte e ha vissuto lo stesso panico, i compunti e ipocriti commenti televisivi, un residuo di bruciore agli occhi e difficoltà di respiro, traccia e sogno di una giornata frammentata in attimi lunghissimi ed ore brevi, avvertiamo l’inesorabile sfasatura dell’alfabeto con cui si misurano le parole come se il respiro non riconoscesse il passo consueto.
Partenza presto, la sveglia puntata alle cinque viene preceduta dal rumore in cucina: Giordano sistema i panini nello zaino impaziente di incontrare gli amici come se si trattasse di un appuntamento solenne e collettivo con la storia.
Sorrido con indulgenza mentre mi vesto senza fretta, respingo i pensieri che girano intorno alla tragedia del giorno prima, mi preparo per la manifestazione come per una gita estiva, saremo in tanti, penso, e non può succedere nulla, sarebbe un’enormità. Riempio il tempo laccando le unghie dei piedi e metto le ciabatte estive invece delle scarpe che avevo preparato, rinuncio anche alla camicia per una canottiera che il sole mi lascerà incisa addosso come il segno bruciante della giornata. Leggi tutto “2001-20021: Genova dopo vent’anni”

Quello che ho visto in America

Ho visto una vittoria delle donne, una vittoria costituita da presenze di donne protagoniste, non comparse, non ancelle, non vestali, non una sola, donne vive ed evocate, di cui è consapevole Kamala Harris che rinnova il ricordo delle donne, e delle lotte, citandole nelle tante appartenenze fissate dalla storia in parole che segnano i colori della pelle, la provenienza territoriale, l’origine plurietnica, il riconoscimento dei fatti per le native, sempre sconfitte ma non vinte.
Ricordandole insieme ha ripassato in poche parole le sfaccettature, anche politiche, del movimento, cresciuto e continuamente rinato negli ultimi trecento anni, che ha cambiato pacificamente il mondo nel Novecento, secolo di guerre, dittature feroci e stermini.
Citando le donne venute prima di lei ha reso visibile quel lunghissimo tenace lavoro, sempre invisibile, di cui è consapevole di rappresentare l’esito e, ci auguriamo, il punto di non ritorno.
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Facebook: scrivere tra dissipazione e conservazione

Scrivo in forma immediata e senza correzioni solo nei miei quaderni privati, per Facebook scrivo prima su un foglio word e poi copio, spesso cancello e basta perché mi chiedo sempre se quello che scrivo abbia senso, anche se i miei post sono letti da poche persone e non farebbero gran danno.
All’inizio del 2019 ho ritrovato un foglio con due post del 2015, misteriosamente salvati dal mio rigoroso contrasto all’accumulo, e ho deciso di conservare quello che avrei scritto in un file unico (un tempo era la brutta copia).
Non è tutto, ormai mi capita di scrivere direttamente e non so se sia il pensiero ad essersi affinato o se sono stata colonizzata dall’algoritmo.
Metto a disposizione i miei trafiletti nell’ordine temporale che ha il suo inizio nel presente.
La vita è perdita ma vivendo lavoriamo misteriosamente anche contro la dispersione. Contro la dissipazione mi dedico alla modesta attività del riciclo.
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Parole da casa: abbiamo conquistato l’emancipazione, ora usciamo dal patriarcato

Dietro di noi abbiamo generazioni di donne che hanno lottato e lottato e lottato, in casa e fuori casa, in solitudine e in collettività politiche, per salvare la propria vita, per la vita di tutte le donne, per la vita di tutti i nati e nate da donna sul pianeta, per la vita del pianeta.
Veniamo da una lunghissima storia di conquiste e sconfitte e la sconfitta delle donne ha sempre significato sconfitta di una società intera, guerra, morte, distruzione, genocidio, paura.
Abbiamo ricominciato ogni volta da noi, dalle nostre case, dalle nostre, vite, cambiando relazioni, quotidianità, leggi.
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Alle 21 Donne della Costituente: noi, eredi riconoscenti

Molti anni fa Lidia Menapace nel necrologio per la morte della madre scrisse di essere contenta di aver avuto come madre non una madre simbolica, non una madre badessa, non una regina madre, ma una ragazza emancipata allegra e ironica.
A noi ragazze ricordava sempre che sua madre si definiva una ragazza emancipata durante il fascismo, quando l’aggettivo significava puttana e perciò le figlie ragazzine si stupivano un po’ imbarazzate.
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Resistenza

La Resistenza venne preparata e sostenuta in casa, dalle donne che nascosero i soldati italiani salvandoli dalla deportazione dopo l’8 settembre, e poi i ragazzi renitenti alla leva della repubblica di Salò, i prigionieri alleati fuggiti dai campi e chiunque chiedesse asilo.

Nelle case dove le donne organizzarono la sopravvivenza quotidiana, il sostegno alle bande partigiane, la diffusione della stampa clandestina, i piani di fuga dai campi fascisti per i prigionieri, nelle case dove le donne governavano i rapporti di vicinato, lo scambio solidale, crescevano bambini e bambine insieme al desiderio di pace e libertà.
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Stiamo a casa!!

“State a casa” è l’ordine di questi giorni ed è giusto, perché il primo imperativo è quello di fermare il contagio.
I decreti si occupano delle merci: produzione, trasporto, filiere dei beni necessari, costi economici, crisi delle imprese, problemi di liquidità, crollo dei redditi.
Le persone devono stare in casa, tranne chi lavora e il lavoro a cui si pensa è soprattutto quello delle fabbriche, grandi e piccole.
Non si pensa molto a chi lavora con le persone, a chi crea casa intorno a chi non può stare a casa sua: perché non ha casa, o la sua casa non è un luogo sicuro, o perché non è più in grado di gestire autonomamente la cura di sé e della sua casa.
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